Un omaggio a tutte le (non) ballerine, come me.

Ricordi.

Ho un vago ricordo, ma credo di aver visto alla televisione delle ginnaste, altrimenti non mi spiego come abbia potuto esprimere il desiderio di iscrivermi ad un corso di ginnastica artistica. Ricordo che mamma mi disse che si sarebbe informata e avrebbe cercato una scuola; una sera rientrò dal lavoro e mi raccontò che le avevano indicato una società sportiva ma che non mi avrebbero accettata perché ero troppo piccola. Disse però che aveva trovato, vicino a casa, una scuola di danza classica e che mi avrebbe portato a vedere una lezione; se mi fosse piaciuta, avrei potuto frequentare quella scuola che aveva un corso per bimbe della mia età. Un pomeriggio, dopo l’asilo, ci andammo.

Entrammo in una sala enorme, grandi specchi, tante bimbe attaccate alla sbarra a fare esercizi a tempo di musica, tutte vestite con un body nero, calze rosa con la riga dietro e delle scarpette di pelle di un brutto rosa spento…avrei scoperto più tardi che quelle scarpette me le sarei dovute conquistare dimostrando di aver imparato a tenere le punte dei piedi ben tese.

La maestra era bellissima perché aveva un body azzurro coperto da un attillato maglioncino nero scaldacuore, sopra le calze nere aveva dei grossi calzettoni, privi di punta e tallone, di lana azzurra, che coprivano quasi tutta la gamba (più tardi imparai che si chiamavano, in gergo, gambali o scaldamuscoli); aveva lunghissimi capelli biondi mossi in fluenti boccoli, gli occhi verdi e il rossetto, quest’ultimo mi colpì perché mia mamma non l’avevo mai vista col rossetto, forse perché era più vecchia di lei, chissà. Vanna, si chiamava così, teneva in mano un bastone di legno e andava su e giù per la sala correggendo tutte le bambine. “Stendi le ginocchia…apri quei piedi…schiena dritta…pancia in dentro…”, di tanto in tanto si aiutava col bastone spingendo un piede nella posizione corretta o picchiettando dolcemente un sedere che stava troppo in fuori. A fine lezione scambiò qualche parola con me e mia mamma e mi disse che avrei potuto provare a fare una lezione. Beh, non era proprio come la ginnastica artistica, niente ruote e salti mortali, ma perché no?!

Qualche giorno dopo rientrai in quella sala vestita alla bell’e meglio, con un paio di collant, una maglietta, dei calzini, e i miei capelli racchiusi in una coda. Anche sui capelli scoprii presto che avrei dovuto acconciarli in uno chignon. La maestra mi accompagnò alla sbarra tra due bambine e mi disse, per ora copia loro. Eravamo tutte in fila, una dietro l’altra, con la mano sinistra sulla sbarra. Mentre Vanna si avvicinava al registratore per far partire la musica (era una scuolina di periferia, il pianista credo che se lo possano permettere solo le accademie professionali o la scuola del Corpo di Ballo della Scala di Milano e simili), tutte le bambine fecero silenzio, in un corso di danza s’impara anche l’arte di stare in silenzio, indurirono i loro corpi come dei soldatini e aprirono i piedi in quella che scoprii in seguito essere la prima posizione. E sulle note di Per Elisa di Beethoven feci il mio primo stentato plié.

Era l’autunno del 1975, avevo 4 anni e non sapevo ancora che per i successivi venti e passa anni, finché non rimasi incinta del mio primogenito, la mia vita sarebbe stata scandita dalle lezioni di danza.

…non sono ballerina.

Sono diventata una ballerina? Assolutamente no. Non ho mai avuto la grinta necessaria, la carica competitiva, l’atteggiamento mentale, la passione sufficiente e il fisico adatto, anche solo per immaginarmi una cosa del genere. Ho praticato la danza per anni perché ho scoperto che mi piaceva, mi faceva sentire bene, ma sempre libera da ambizioni di qualsiasi tipo. Nel corso del tempo ho provato a misurarmi con altre discipline, qualche approccio allo sport, contemporaneamente alla danza, ma, dopo la prima fiammella d’entusiasmo dettato dalla novità, trovavo il tutto molto noioso. Solo la danza mi completava e mi appagava, il resto mancava sempre di qualcosa, e quel qualcosa era vivere la musica.

La danza, non solo quella classica, nel tempo ho provato vari stili, è una continua ricerca della perfezione in un gesto, ma non solo; la purezza del movimento sarebbe sprecata se non fosse accompagnata dall’interpretazione di un sentimento attraverso la musica d’accompagnamento. E’ un esercizio d’auto-conoscenza completo, a livello fisico, mentale, emozionale e anche oltre. Dev’essere per questo motivo che la danza non dovrebbe essere mai considerata, a mio avviso, uno sport; è un’arte, e come ogni espressione artistica ti mette in comunicazione con il tuo Io profondo.

Insegnamenti.

Le lezioni di danza classica mi hanno insegnato, prima di tutto, a conoscere il mio corpo e ad avere la percezione del controllo su di esso misurandomi con i suoi limiti e le sue potenzialità. Mi hanno educato all’ascolto musicale, ad utilizzare lo spazio che mi circonda; a lavorare in gruppo, talvolta fondendomi con esso, come se si trattasse di un unico corpo in movimento, altre volte, negli assoli, spiccando come leader. Ho imparato a mostrare un’emozione, ora di gioia, ora di tristezza, ora di rabbia, ora di dolcezza…ed ho imparato anche a nascondere ciò che non voglio mostrare. Ho imparato che lo stesso brano musicale potrebbe essere interpretato in più modi e che sono infinite le possibilità di un gesto. La danza mi ha insegnato la disciplina, la costanza, l’equilibrio e l’umiltà; per anni mi sono misurata con gli stessi esercizi, e ogni volta c’era qualcosa da migliorare. Il mio corpo cresceva, cambiava forme, da bambina diventavo preadolescente, adolescente, donna; cambiavano i modi d’essere, il carattere, le emozioni, i pensieri; il plié rimaneva un plié, e così un battement, un’arabesque…e mai ho avuto la sensazione di aver eseguito quel movimento in modo perfetto. Una grande lezione di vita.

La fatica.

La gestione della fatica è un altro bel capitolo. Quando sei concentrato su un esercizio e pretendi che tutto il tuo corpo lo esegua nel modo corretto, la fatica e il dispendio d’energia aumenta. Mi spiego. Immaginiamo un port de bras, semplici posizioni eseguite con le braccia. Se ti concentri solo sul movimento del braccio, diciamo che il tuo dispendio energetico è pari a 1. Ora immagina di rifare lo stesso movimento pensando a tutto il corpo; sei in piedi, in prima posizione e devi controllare ogni tuo muscolo, dalla punta dei piedi alla cima della testa. I piedi aperti, a 180° appoggiati correttamente al suolo; la tendenza è quella che il piede ceda alla pronazione scaricando il peso in avanti, ridistribuendo il peso correttamente su tutta la pianta del piede si sentirà l’effetto su tutta la gamba sino all’articolazione coxo-femorale. Le gambe devono stare dritte, le ginocchia tese, i glutei e gli addominali contratti mentre si esegue la retroversione del bacino. La schiena ritta, il petto aperto, le spalle larghe e basse, le cervicali in linea con la spina dorsale, come se due forze contrastanti allungassero i piedi nelle profondità del terreno, da una parte, e la colonna vertebrale verso il cielo. Ora, in questa posizione statica, esegui il port de bras a tempo di musica cercando di fonderti con essa e di viverla. Ecco, a fronte di tutto ciò, pensi che il dispendio energetico sia rimasto invariato? No, infatti. E’ nettamente superiore, e abbiamo mosso solo le braccia.

Lamentarsi.

Pensare alla fatica mi ricorda immediatamente un altro grande insegnamento che è rimasto impresso nelle mie cellule: mai lamentarsi, è fatica sprecata! Come l’ho imparato? Così. Sapete come iniziavano le lezioni estive? Con la maestra che diceva: “Ok ragazze, fa caldo, lo percepiamo tutte, la temperatura è alta, si suda di più e preferiremmo essere in spiaggia. L’ho detto ora così evitiamo di sentire a turno i lamenti sul caldo. Tanto non cambia nulla; risparmiamo energia per ballare. Incominciamo!” Semplice e diretto.

L’emozione più grande.

L’emozione più grande che mi ha regalato la danza? Dietro le quinte di un palco, l’istante prima di entrare in scena. Il cuore che batte talmente forte che ti sembra che esca dal petto, le gambe che tremano, la mente che vacilla e ti sembra di non ricordare più nulla. Poi alla battuta esatta entri in scena ed è un’esplosione di gioia. Non esiste più nulla, ci sei solo tu, il buio della sala, le luci sul palco, e il tuo corpo che si muove trasportato dalle note di quella musica che hai sentito per giorni e giorni e che sai che farà sempre parte di te perché l’hai vissuta fino in fondo!

5 Thoughts on “Danza.”

  • “Il cuore che batte talmente forte che ti sembra che esca dal petto, le gambe che tremano, la mente che vacilla e ti sembra di non ricordare più nulla. Poi alla battuta esatta entri in scena ed è un’esplosione di gioia”: riprendo da qui, da questo tuo commento, per permettermi di mettere il mio a ciò che hai scritto. Una storia di danza lunga una vita, la tua, della quale ho fatto parte anche io, e di cui vado davvero orgogliosa!
    “Danza Nova” ci siamo chiamate, e questo ci insegna che danza e maturità si completano, nella ricerca dell’espressione e della bellezza. Delle emozioni.
    Io che ho proseguito il cammino, dico oggi che non potrei vivere senza la mia lezione di “classico” settimanale.
    Le gambe sono più pesanti, il respiro più corto, la “gravità” mi inchioda al pavimento, mentre con il cuore volo leggera in alto, in alto… grand jetè o relevè? Una piroette ben fatta mi basta, per sentirmi sempre come alla sera del saggio!

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